Philip Hipwell al Monastero dei Benedettini di Catania

Philip Hipwell al Monastero dei Benedettini – Catania P.zza Dante –

Università degli Studi di Catania – Facoltà di Lettere e Filosofia –

Inaugurazione Sabato 10 Febbraio 2007 ore 19 Sala Mostre delle ex Cucine del refettorio.

La mostra resterà aperta al pubblico sino al 19 Febbraio con i seguenti orari:

mattina 10 /13 pomeriggio 16 /19

I paesaggi di Philip Hipwell sono silenzi.

Boschi, radure, alberi, tronchi, rami, foglie che disegnano una trama foltissima senza luce e senza uomini.

Sopra un biancore abbacinante di cielo, compatto e nitido come un foglio bianco. Altri silenzi.

Si alzano spartendosi le linee e rarefacendo lo sfondo fino a segnare sulla tela le direzioni degli alberi che salgono, come se l’artista li guardasse dal basso, dal fondo di una terra misteriosa di cui vuole definire soltanto alcuni confini.

Philip Hipwell (nato nel 1942) è un americano capitato per caso in Sicilia. Non ama parlare della pittura né della sua vita; dipinge moltissimo. Divide la sua pittura tra le sequenze di questi paesaggi in bianco e nero, raffinati e precisi come stampe cinesi, taglienti nel segno sottile d’incisore, e alcune sequenze di ritratti, personaggi – cantanti, pittori – dipinti a spatola. Rivendica all’artista una libertà estrema. Scegliere i modelli, cambiare stile e tecnica, usare linguaggi diversi. La pittura è un “territorio vuoto”.

La sua passione è per il disegno, e per chi, nella storia “sa disegnare”.

Dopo aver frequentato la School of Visual Art di New York (dove ebbe per compagni Calvin Klein e Gerard Malanga, il poeta e fotografo di origine italiana che divenne uno dei principali protagonisti della Factory di Andy Warhol), si mise a fare ritocchi sulle fotografie per la pubblicità , lavoro destinato a scomparire pochi anni dopo l’avvento del computer.

Le mostre non gli interessavano: ne ha fatte due in trent’anni: non sopporta sentirsi dire che cosa deve fare.

Hipwell sa disegnare. Ama Whistler, il primo artista che abbia indotto gli europei a comprendere la pittura americana, “a real hero”, dice. Tra coloro che “sanno disegnare” aggiunge Rembrandt, Watteau, Goya, Degas, Schiele e Kathe Kollwitz.

Vive da tanti anni in Italia ma non gli importa di capire o di parlare italiano.

La sua idea dell’arte convive con l’aristocratico isolamento che gli ha permesso di continuare a dipingere per anni senza esporre, scegliendo di trasformare il suo sentimento per la natura e le sue idee di anarchico, di buddista, di pacifista, in una pittura potente e unica, concentrata e autosufficiente.

Dipinge come un incisore, dosando i bianchi e i neri, come se nulla esistesse, né prima né dopo. La tecnica è affinata e precisa, ma, spiega l’artista, quando incomincia un nuovo quadro, non ha idea di che cosa possa succedere. Gli capiterà di “trovare il cielo e di trovare il fondo” (“find sky find the bottom”). Nessuno dei suoi alberi nasce da un progetto preciso, premeditato. Dipinge da un’era primordiale, dove l’uomo, i palazzi, le “proprietà ”, non esistono.

“Il nero richiede rispetto”, scriveva Odilon Redon nella sua autobiografia. “Non si lascia prostituire. Non rallegra l’occhio e non risveglia alcuna fascinazione dei sensi”.

Hipwell ha scelto di raffigurare i suoi boschi in bianco e nero. E non si concede nulla. Ma i passaggi, le infinite gradazioni di tonalità che gli derivano dalla lunga consuetudine con questa attitudine volutamente austera e monacale, sembrano premiarlo. Gli restituiscono la grandezza misteriosa di una natura non doma e non perduta, infinitamente imperscrutabile ma duttile, umana perfino.

Le sue pennellate sottili, il suo istinto, la sua pazienza, la sua devozione sembrano restituirgli la pacifica certezza della bellezza, depositandola sul quadro.

Quella di Hipwell è una natura bella, intatta, intonsa.

Il rigore del bianco e nero le restituisce una sorta di primigenia serietà .

Soltanto i grandi incisori non fanno rimpiangere il colore. Hipwell fa dimenticare il colore degli alberi.

Non ha più nessuna importanza. E’ una storia che non gli appartiene.

La sua natura non esiste, come, forse, non esiste una natura, ma un modo di vederla, che, nel caso di Hipwell, fa trapelare una nascosta nostalgia, una sorta di amore sommesso, uno slancio trattenuto.

Per l’uomo che non c’è, per l’uomo che non sa più guardarla.

Philip Hipwell parla come se fosse la natura stessa, che si dà , ma non concede tutto. Perché dell’uomo ha, giustamente, paura.

Beatrice Buscaroli