MOSTRA James Casebere

La Galleria Marabini è lieta di presentare nei due spazi espositivi i nuovi lavori dell’artista americano James Casebere: a Bologna i grandi formati, nella project room di Milano le opere di medie dimensioni. Dopo la mostra ‘The Levant’, Bologna 2007, in cui l’artista indagava le architetture nate dal fecondo incrocio delle culture Islamica, Ebraica e Cristiana, oggi Casebere ritorna con nuovi ambienti semplificati: gli elementi architettonici e i dettagli delle immagini sono ridotti a tre muri spogli, pavimento e soffitto. L’acqua, un tema ricorrente nei lavori di Casebere, assente o principalmente trattenuta nella serie The Levant, qui ricompare e diventa dominante. Dei lavori attualmente in mostra Casebere scrive: “Le prime si intitolano ‘Flooded Cells’. Sono tutte basate su una breve descrizione di una prigione del Cairo trovata nel libro ‘Ghost Plane’, che documenta il programma Americano post 11 Settembre ‘Extraordinary Rendition Program’. L’ultimo lavoro della serie, ‘ Interrogation Room’, è invece ispirato a una stanza completamente in calcestruzzo che ho visto a Bologna durante un giro lungo un canale sotterraneo, coperto e contenuto in enormi tubazioni di calcestruzzo. Tornato a New York ancora non riuscivo a togliermi dalla mente il Rendition Program e così ho trasformato questa particolare stanza in una generica cella da interrogatorio, semplicemente aggiungendo una sedia e la terrificante presenza di un sottile strato di acqua nera sul pavimento. Tutte le ‘Flooded Cells’ sono state elaborate dopo il mio viaggio a Bologna: forse la decisione di effettuare questo lavoro è stata influenzata dalla mia esperienza nei canali sotterranei della città. Va detto, mi sono sentito obbligato a creare una connessione tra la viscerale esperienza e gli avvenimenti del momento. Sentivo che avevo bisogno di legare il lavoro che stavo facendo ai crimini che il mio Paese stava commettendo nei confronti del resto del mondo.” James Casebere è nato a Lansing, Michigan, nel 1953, vive e lavora a New York City. Nel suo studio Casebere ricrea dei modelli tridimensionali di interni ed esterni, riducendoli a forme essenziali e scatta delle fotografie di queste maquettes, fermando così i luoghi indagati fra la realtà e la finzione. Casebere ha esposto le sue opere fotografiche di grandi dimensioni in alcune tra le più importanti gallerie private del mondo tra cui la Sean Kelly a New York, la Lisson Gallery a Londra e la Gallery Ihn a Seoul, Corea del Sud. Inoltre importanti istituzioni museali hanno acquisito all’interno delle loro collezioni opere dell’artista: Guggenheim Museum, Museum of Modern Art, Metropolitan Museum of Art a New York; National Gallery of Art, Washington; Tate Modern e Victoria and Albert Museum a Londra; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’arte, Torino. “Un altro prigioniero mandato in Egitto era un australiano di nome Mamdouh Habib. Il suo caso è stato un esempio che ha dimostrato come venisse utilizzato Rendition, non soltanto per togliere di torno un terrorista, ma anche per estorcere informazioni utili mediante tortura. Le informazioni che ha fornito in una camera delle torture in Egitto sono state usate, successivamente, contro di lui in un tribunale di Guantánamo, a Cuba. Ex direttore di un bar di Sydney, Habib si trovava su un autobus in Pakistan, non lontano dal confine con l’Afghanistan, quando è stato arrestato dalla polizia di quel paese. In precedenza aveva vissuto in Afghanistan dove, questo sembra assodato, aveva militato in gruppi armati. Era fuggito in Pakistan all’inizio dell’invasione statunitense. Sebbene fosse cittadino australiano, Habib è stato consegnato prontamente agli agenti americani. Si tratta di una scena ben nota. Habib sostiene di essere stato portato ad una pista di atterraggio, dove degli americani mascherati che indossavano magliette e stivali l’avrebbero spogliato, fotografato e messo in catene, gli avrebbero messo un sacchetto in testa e l’avrebbero messo su un aereo. A quel punto l’hanno mandato al Cairo. Qui, spiega il suo avvocato americano, il Professor Joe Margulies del MacArthur Justice Center dell’Università di Chicago, Habib è stato sottoposto a ripetute torture per sei mesi. “Le torture sono state indicibili”, dichiara Margulies. “Il signor Habib ha descritto percosse all’ordine del giorno. È stato portato in una stanza, ammanettato, poi la stanza è stata riempita gradualmente di acqua, fino a poco sotto il mento. Riuscite ad immaginare il terrore di sapere che non c’è via di fuga?” Stephen Grey, Ghost Plane, p. 43