poesia

Della poesia – quella tutta carne e niente lische – non si dovrebbe parlare. La poesia si legge. Questo dovrebbe forse essere uno dei casi in cui si sta zitti. Quando nel 1996 il Nobel per la letteratura venne assegnato a  Wislawa Szymborska, poetessa polacca di Cracovia, le reazioni della stampa italiana furono di stupore e sconcerto. Il nome della Szymborska era praticamente sconosciuto. La poesia polacca era allora del tutto assente – con rare eccezioni – dal nostro orizzonte culturale. Non avevano lasciato un gran segno le parole di Iosif Brodskij, che nel 1988, nel suo discorso di apertura (pubblicato sulle pagine del Corriere della sera) del primo  Salone del libro a Torino, aveva indicato nella Szymborska – insieme a Zbigniew Herbert e a Milosz – uno dei maggiori poeti polacchi viventi. Oggi la posizione di Wislawa Szymborska nel panorama poetico italiano (e non solo) è completamente mutata, e questo grazie al crescente successo della sua opera, ora pressoché interamente tradotta nelle principali lingue del mondo. Ormai gli estimatori della Szymborska sono decine di migliaia e come scrive Franco Marcoaldi “le sue letture affollate come i concerti delle rockstar”, un successo raggiunto “grazie alla concentrazione ritmica ed emotiva di ogni poesia, grazie all’improvvisa accelerazione di immagini, domande e congetture, sì che nello spazio di pochi versi, un evento qualsiasi, in apparenza trascurabile, spalanca al nostro sguardo le cose prime e ultime della vita”. Non si può certo affermare che la Szymborska si sia imposta per la vastità della sua produzione: sostanzialmente dodici volumetti, distribuiti nell’arco di oltre cinquant’anni. Ciò che è contato è stata la profondità della sua riflessione poetica, la sua capacità di interrogarsi sul senso dell’esistere. La scrittura della Szymborska è filosofica e riflessiva, scherzosa e impulsiva, muove dalla concretezza delle cose, dalle situazioni e dai sentimenti più comuni, banali quasi, al punto da essere definita il luogo del quotidiano. Un quotidiano che scaturisce da una precisa condizione ed esperienza individuale, che non si presta mai a generalizzazioni, “Poesia feriale” la sua, senza concessioni al letterario o al sublime, e a cui è sconosciuta ogni forma di retorica.  In questa poesia, a cui sono estranei toni di angoscia o disperazione, prevale un’accettazione affettuosa e stupita della vita, a partire dalle forme più semplici – ugualmente miracolose – del suo manifestarsi. La poesia della Szymborska non dà risposte perché ogni domanda può solo generare altre domande. Essa parla in un modo aperto, dubbioso, non definitivo né definitorio, che non chiude ma apre ulteriori spazi alla riflessione. Wislawa Szymborska non ha mai amato rilasciare interviste, parlare della propria persona o opera. Difficile darle una collocazione – che non sia solo generazionale o generica -. Lei stessa ha ironicamente scritto di sé: “qui giace come virgola antiquata/ l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata/ dell’eterno riposo, sebbene la defunta/ dai gruppi letterari stesse ben distante (Epitaffio, in La gioia di scrivere, Adelphi, p. 151). Della poesia però – quella tutta carne e niente lische – non si dovrebbe parlare, quando è poesia. La poesia si legge. Questo è uno dei casi in cui bisogna stare zitti.

R.D.