Le parole dipinte

Nel 1949 Queneau, colpito dagli enigmatici geroglifici di Mirò, li battezzò “miroglifici”. Definendoli come un’autentica lingua, “da imparare a leggere e di cui si può redigere un dizionario”, lo scrittore propose un folgorante cortocircuito fra pittura e scrittura. Folgorante, ma certo non inedito. Tali ricerche, infatti, risalgono a una tradizione millenaria, indagata da un celebre saggio di Giovanni Pozzi, La parola dipinta.

Pozzi in realtà compie il percorso inverso, e studia gli scrittori che, ricorrendo alla pratica del calligramma, trasformano le loro composizioni verbali in disegni. Chi non ricorda, per esempio, le liriche in cui Apollinaire, all’inizio del Novecento, dispone i versi come fili di pioggia o li modella fino a riprodurre il quadrante di un orologio, per cantare ora il fascino di un acquazzone, ora il dolore del tempo che scorre? Rispetto ad Apollinaire, Mirò sull’altro lato. Lungo il crinale che divide la scrittura dalla pittura, si situa sul primo versante. Insomma, se Apollinaire trasforma le lettere in immagini, egli trasforma piuttosto le immagini in lettere, lettere di un suo alfabeto privato e segreto, fatto appunto di miroglifici. Ma questa fioritura non è davvero l’unica che segna l’arte del secolo scorso. Anche altri autori hanno cercato di dare vita a ciò che Paolo Fabbri ha chiamato “un immaginario di marche persona”. Basti citare Dalì, Magritte o Klee. Sempre secondo Fabbri, questi pittori, ognuno a modo suo, alterano i valori iconici stabilizzati nel mondo naturale e vi immettono un inedito ordine di significati. Altrimenti detto: inventarono nuovi linguaggi visivi. Pensiamo alla liquefazione della materia in Dalì, con i suoi orologi disciolti, arresi, appesi ad asciugare sullo sfondo di orizzonti remotissimi. Pensiamo alla rivoluzione ottica e spaziale di Magritte, dove luce e buio, dentro e fuori, non cessano di scambiarsi di posto, al solo scopo, si direbbe, di mostrare quanto inaffidabile sia il nostro quadro mentale. Pensiamo agli incantesimi di Klee, alle sue tele gremite di creature fantastiche, quasi a tracciare infiniti mondi paralleli al nostro. Ma abiamo iniziato da un poeta francese, Apollinaire; tanto vale terminare con uno belga. Mi riferisco al grande Henri Michaux, il quale, accanto a una scrittura vera e propria (racconti, versi e reportage), si dedicò all’allevamento di un misterioso “popolo dei segni”. Proliferanti, inafferrabili, queste figure formicolano sui fogli dello scrittore-artista come una forma autonoma, animale. Sostituire la penna con il pennello, d’altronde, era il suo sogno. Così il cerchio si chiude e ci riporta alla lezione di mirò, per suggerirci di accostare ai suoi dipinti la pullulante famiglia grafica dei “michauxglifici”.

Roberta Durante

Roberta Durante è una di quelle coi capelli lunghi marroni e gli occhi marroni