Per parafrasare una loro canzone: è la fine dei R.E.M. così come li conosciamo, e Michael Stipe sta benone. Non fosse che non è del tutto vero. Forse si era stancato di fare tournée massacranti, non voleva sentire più la stessa passione e non voleva tenere vincolati i compagni, Peter Buck e Mike Millis. E, se proprio non è la fine del mondo così come lo conosciamo, almeno – come prosegue la canzone, è ora che Stipe si ritagli un po’ di tempo per sé. I R.E.M. sono stato un progetto lungo 31 anni, e andarsene, benché per scelta, non può che lasciare un retrogusto dolceamaro. Quando accenna al fatto che queste canzoni, con i suoi amici, non le suonerà mai più, subito dopo tace e quasi si commuove. L’ultimo singolo del gruppo, “We all go back to where we belong”, parte di una raccolta di 40 canzoni uscita da poc, si conclude con le dolenti parole: “è davvero ciò che vuoi?”. La risposta di Stipe sembra “sì però…”. Con i loro testi allusivi e quelle copertine straordinarie, i R.E.M. avvicinavano chi li ascoltava a scrittori, artisti e band altimenti ignoti. In quei 31 anni sono riusciti in un’impresa impossibile: senza scendere a compromessi, i R.E.M. hanno piegato il mainstream alle periferie, spostando verso di sé un’intera cultura. Si sono portati in tournée i Replacements e i 10.000 Maniacs, i Wilco e i Radiohead. Stipe ha fatto da mentore a Kurt Cobain, Thom York e Chris Martin. E nel frattempo, i R.E.M. hanno pubblicato una dozzina di album divenuti classici. Se non sono la più grande band americana di tutti i tempi, comunque si piazzano altissimi. Quel che è certo, per ora, è che è venuta la fine dei R.E.M., e che ha colto di sorpresa i fan. Annunciata a settembre, la decisione sarebbe stata presa tre anni prima.