James LaughlinLaughlin è stato editore, in America un vero editore di qualità. Oculato nell’amministrazione del proprio patrimonio, che gli veniva da una famiglia di industriali dell’acciaio di Pittsburgh, seppe impegnarlo in iniziative che lo appassionavano, i libri appunto e lo sci. Conta in lui,  oggi, la poesia che ha lasciato, colloquiale, nervosa, sapiente nei sentimenti, l’amore, il sesso, l’amicizia, ma anche nell’osservazione corsiva della vita, sia quella famigliare, sia quella politica. Poté scrivere con tranquillità: “Provo un certo orgoglio/ per il fatto che nei miei versi/ non è difficilissimo vedere/ quello che sto cercando di dire”. Infatti Laughlin è un poeta disobbediente ai canoni della modernità oracolare. Pound, ha scritto, gli insegnò, con una matita appuntita come un bisturi, a togliere via da un verso le parole inutili; e se da lui imparò anche cos’è tutt’altro che trascurabili, fu di tenersi ai classici latini, a Orazio, a Catullo. Ne è stato il puro allievo al secolo passato. James Laughlin è stato un protagonista defilato della vita culturale americana del Novecento, in quanto editore e amico dei maggiori esponenti del moderno: editore sperimentale, che non scese mai a compromessi ma riuscì nello stesso tempo a pubblicare libri che non interessassero solo alle conventicole. I Modernisti, i Black Mountain (Olson, Duncan), i Beat (Ferlinghetti, Corso), poeti del sentimento politico e femminile (oltre dici volumi di Denise Levertov), il Novecento internazionale (Paz, Vittorini, Montale, Lorca). E poi casi singoli di amici fuoriclasse: Dylan Thomas, Tennessee Williams, Thomas Merton. Uomo alto e dinoccolato, reduce da innumerevoli fratture sulle piste da sci di mezzo mondo, era come F. Scott Fitzgerald un figlio del Middle West cresciuto all’Est, e aveva una certa riservatezza da gran signore professionista. Laughlin sapeva bene che si legge per conoscere altre esperienze e punti di vista, avere notizie in diretta sui nostri predecessori e contemporanei, trovare indicazioni e risposte alle domande che ci assillano, sorridere dell’arguzia di uno scrittore-amico. Il minimo che un testo possa fare è interessarci, dicendoci delle cose che non conoscevamo prima di leggerlo. E questo racconto minimo nei versi di Laughlin c’è sempre. Inoltre quello che apprendiamo non è solo un fatto specifico per quanto affascinante (come i suoi ritratti di scrittori) ma anche un atteggiamento nei confronti della vita, di disponibilità, accettazione, umorismo sornione, perenne freschezza. E qui passiamo dall’informazione, la funzione referenziale del testo, alla poesia.