Intervista a Mauro Berruto sul suo romanzo

Chissà se Mauro Berruto, nei suoi numerosi voli in giro per il mondo, inseguendo un alloro o un sogno pallavolistico, una passione politica o un ricordo letterario, abbia davvero scovato in qualche intatta libreria di provincia una lettera inedita di Ernesto Che Guevara. E allora l’ex allenatore del Copra Volley ha scritto un romanzo, o meglio un archetipo di romanzo, che si ciba di tre passioni che conquistano ognuno di noi: l’affetto per i deboli, la gioia per la vita, la ricerca della giustizia. Tre passioni che hanno fatto grande Che Guevara, l’hanno fatto diventare l’icona più resistente del XX secolo, capace di superare i totalitarismi e gli schieramenti, di farci capire che niente è il mondo senza passioni. E Berruto oltre che essere un tecnico preparato e serio nutre una passione per l’America latina, per i sogni che essa racchiude, per i rimandi letterari insiti in questo continente, ma soprattutto per il Che, l’uomo che è protagonista di questo nuovo libro, dal titolo “Independiente Sporting” (Bradipolibri). L’incontro a Piacenza, è di passaggio. Un bar, tavolino, un caffè e una valigia di progetti, sportivi e letterari.

Siamo a pochi passi dal Gotico e da piazza Cavalli, ti assale un po’ di nostalgia?

“Qui sono cresciuto da un punto di vista professionale, questa provincia dolce mi ha trasmesso emozioni grandi. Abbiamo realizzato un sogno. Ricordo la promozione in serie A1 con il Copra e la salvezza l’anno successivo. Beh, devo dire che ho vissuto alcune stagioni davvero straordinarie. Al di là di Torno la città in cui sono nato e in cui vivo, Piacenza è tuttora la città che più mi sta a cuore. Ogni tanto torno. Tengo corsi di formazione e poi ci sono gli amici, uno in particolare, Pinuccio Gallinari, col quale c’è una simbiosi autentica, che mi fa capire come la gente piacentina si affezioni realmente. In pochi anni, dai successi del Pala-Anguissola, il volley è cresciuto. Oggi Piacenza è un esempio per tante realtà . Due formazioni, una maschile e una femminile, in A1 e poi il Palabanca. Per l’amore che mi lega a questa città ho scelto di presentare qui il mio nuovo libro. Il 29 marzo alla Cappella Ducale di Palazzo Farnese. Ci saranno Julio Velasco e Marco Nosotti. Il sindaco Roberto Reggi è stato molto disponibile. Anche lui sarà presente. Non è poco. Considero tutto ciò un gesto di grande riconoscenza”.

Parliamo di questo nuovo libro, com’è nato?

“Dalla lettura di un libro, “Latinoamericana”. Nel dicembre del 1951 due ragazzi argentini partono su una sgangherata motocicletta da Cordoba, decisi ad attraversare il continente fino al Venezuela. Entrambi studenti di medicina, Ernesto Guevara de la Serna e Alberto Granado termineranno quel lungo viaggio il 26 luglio 1952. Qualche tempo dopo l’uomo che la storia ricorderà con il soprannome di “Che”, riordina i suoi appunti in un libro, che è il dettagliato resoconto delle traversie affrontate in migliaia di chilometri. Chi scrive non è ancora il comandante Che Guevara, ma un ragazzo entusiasta, incline alle avventure picaresche e già infiammato da quella bramosia di vivere e di conoscere che lo accompagnerà in tutta la sua breve esistenza. Da quel libro è nato un film, “I diari della motocicletta”, ho preso spunto da alcuni episodi e ho costruito una storia narrata tra sport e mito. Perché il mito del “Che” è sempre vivo in me. Mio fratello ha nove anni in più, mi ha fatto assaporare la musica andina, Marquez, Galeano, Soriano, i grandi delle letteratura americana e oggi quegli autori fanno parte di me, come il bisogno di scrivere, di raccontare, di narrare. Perché non si vive di solo volley, perché lo scrivere è un moto dell’anima. E così, da alcuni episodi dei “Diari”, è nato questo libro che, mi auguro, possa avere la giusta considerazione. Tutto qui”.

La storia, come si articola?

“E costruita su passioni forti, basate su anni di racconti di spogliatoio, d’incontri con sportivi e giornalisti, passioni che si mescolano e per magia estraggono dal computer incroci tra personaggi mitologici. Perché lo sport (e il calcio in quanto sport esemplare, non perfetto ma perfettamente diffuso) è mitologia, come il cinema, come la stessa letteratura. La storia dell’Independiente null’altro è che la costruzione di un mito: quello di Che Guevara allenatore sulle sponde del Rio della Amazzoni, a Leticia, confine estremo della Colombia. Lì un giorno arrivarono Ernesto e il suo compagno di viaggio, Alberto Granado; lì, per sbarcare il lunario passarono qualche settimana del 1952 a insegnare il pallone a una squadra di soldati campesinos. Per far capire il calcio a una sporca dozzina dalle mille origini, Ernesto utilizza il modulo del Grande Torino, quella squadra d’imbattibili la cui fama aveva fatto il giro del mondo, quella squadra battuta solo dal fato nel pomeriggio tempestoso del 4 maggio 1949”.

Che Guevara e Valentino Mazzola, un altro mito, la faccia più espressiva del Grande Torino.

“Il Che incontra Capitan Valentino, e insieme costruiscono un’idea di mondo, dove l’importante non è vincere ma credere nella possibilità della vittoria. Gente che si rimbocca le maniche, Guevara e Mazzola, gente che ha mani e gambe da intellettuali ma polmoni e cervello inesauribili, gente che la ferma solo uno schianto contro la collina o uno sparo di carabina. Gente che ha reso meno dura la vita di mille altri, di immigrati e emigrati, di italiani in Argentina e di cubani di ritorno dalla Florida, gente che ha pagato con la vita il bisogno di miti della storia del Novecento. Gente che non temeva l’errore, ma che si allenava costantemente per non ripeterlo”.

Nel libro, il legame fra Mauro Berruto scrittore e Mauro Berruto allenatore è evidente?

“La capacità di parlare di “errore” senza paura, come di un bisogno dell’uomo, un bisogno della storia. E’ sugli errori che si costruiscono le vittorie, quelle politiche come quelle sportive. E’ limando gli errori, facendo dialogare attacco e difesa, che si costruisce una squadra; è capendo che nessuno di noi gioca da solo, ma è sempre parte di una squadra, che si costruisce la storia, il futuro, la poesia”.

Una poesia che non teme la realtà , tuttavia, cerca di arrivare al presente, di non lasciarci perduti in un mondo passato cui guardare con malinconia.

“La storia di Guevara e dell’Independiente, la storia di Capitan Valentino arrivano fino a noi perché il calcio continua a essere, nel bene e nel male uno dei linguaggi universali più riconoscibili. Dal 1952 il racconto compie così un salto nel terribile e magnifico 1978, l’anno in cui le stragi in Argentina vennero volutamente nascoste con i coriandoli dei Mondiali Fifa. Chi, come me, era bambino a quei tempi si ricorda della vittoria dell’Italia proprio sull’Argentina nel girone eliminatorio, si ricorda della finale vinta dai fenomeni locali contro la miglior squadra di sempre, l’Olanda di Krol, Rep, Neskeens. Vidi quella partita in tivù. E’ il primo ricordo sportivo che ho. Tutte queste immagini ritornano nel romanzo, s’intrecciano al passato degli italiani emigrati in Argentina e al futuro di noi che crediamo nello sport nonostante tragedie come quella, recente e bruciante, di Catania. Giocare con una palla sembra essere il modo con cui esorcizzare la morte, invece di temerla. Una specie di rito azteco che ritorna nei secoli e che noi non riusciamo in nessun modo a razionalizzare”.

Sei alla tua seconda esperienza narrativa, c’è assonanza tra tuo primo libro, “Andammo a Vera Cruz con quattro acca” e questo?

“Ci sono dolcezza e amore per lo sport, passione e voglia di raccontare, il primo libro era dedicato ai campioni dello sport, quelli più noti – gli All Blacks e il Grande Torino, Diego Maradona e Michael Jordan, Mike Tyson e Carl Lewis – e quelli dimenticati, di cui ci si ricordano le gesta ma spesso si dimentica il nome come i due americani neri che nelle Olimpiadi del Messico, in piedi sul podio, a testa bassa, ascoltarono, tentando di non udirlo, l’inno degli Stati uniti, uno con un guanto nero nella mano destra e l’altro nella sinistra. Si chiamavano Tommie Smith e John Carlos. C’era, nel primo libro, la storia di Padre Pedro, sacerdote d’origine slovena, cresciuto in Argentina, laureato in Francia e con la passione per il calcio, che aveva costruito un villaggio in una delle zone più povere dell’Africa, dove insegnava ai bambini a giocare a calcio, quei bambini conoscevano Gesù e Roberto Baggio; e se chiedevi loro la differenza, ti rispondevano che Gesù non avrebbe mai sbagliato un rigore in una finale del campionato del mondo. C’erano le donne, da Nawal El Moutawakel, prima donna araba ad aggiudicarsi una medaglia d’oro olimpica alle decine di donne che hanno cambiato il mondo e fatto la storia, come solo le donne sono capaci di fare. Anche se poi, nelle strade Praga, in Piazza Tienanmen, sul muro di Berlino, nelle vie di Timisoara, nel Parlamento di Belgrado e in tutti gli altri posti dove si fa la storia, scaltri fotoreporter immortalano soltanto facce di uomo. E c’era il problema del doping e di una delle sue prime e più famose vittime, Ben Johnson, un uomo che era andato oltre l’umano e lo sapevano tutti. Lo hanno fatto arrivare all’inarrivabile per poi impallinarlo. Ben, bersaglio grosso. Ben, nato troppo povero per resistere a tutta quella ricchezza. Ben, come un pedone mandato avanti sulla scacchiera per essere sacrificato e permettere a tutti gli altri pezzi di sviluppare la propria strategia. Questa è un’altra storia, ma le radici, le basi culturali sono identiche”.

Mauro Molinaroli