Il nostro crac, riflessioni politicamente lecite con Gesualdo Bufalino

Il nostro cracTrent’anni fa Gesualdo Bufalino vinceva il Premio Campiello con Diceria dell’untore, un romanzo iniziato nel 1950 e ripreso nel 1971. In questo quasi-quartino di secolo, Bufalino scrive nel suo parco giochi ideale (il quaderno) parole che sarebbero state successivamente ammassate nel poco degno cumulo degli aforismi di cui si sopporta -poco e male- la quasi totale assenza di congiuntivi e condizionali. Poco male in realtà, come la lettera rubata di Poe, la verità di un aforisma era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ci aveva guardato.
Di lì a poco (talmente poco che con un po’ di pazienza, Bufalino avrebbe esordito, beatamente, da postumo) rispondeva ad un questionario proposto da Il Messaggero. La domanda era “Perchè odi i politici?” e la risposta fu la seguente:

Odio? No. L’odio è una passione a suo modo eroica, non la sciuperei su bersagli di così povera specie. E se non odio, che altro sentimento? Direi una sorta di rancore quieto, che si stempera volentieri nel disincanto, senza osare esplodere -per sfiducia, per pigrizia senile- in un gesto o in un grido. Il prezzo che pago è di apparire, controvoglia, un disertore dell’arengo civile. Peggio: un succube, un connivente… in verità da anni non voto. Me ne vergogno, ma non so che farci. Delle scalmane ideologiche sono guarito prestissimo, una trista chiaroveggenza m’insospettisce d’ogni utopia. Se pur m’accade di stimare un politico, si tratta di una stima retrattile e ondosa, quale può generarsi da un casuale incontro di gusti o dalla simpatia che nasce talora davanti a un individuo di cui si apprezza l’amabilità ma s’ignora la fedina umana e morale. Poi basta dar tempo al tempo e le ali della lodata rara avis si rivelano gonfie di piombo.

Mi chiedo spesso perchè, se è fatale tanta degradazione. Riapro il Matrimonio di Figaro, riascolto Figaro: “Fingere d’ignorare ciò che si sa e di sapere ciò che s’ignora; di capire ciò che non si capisce, di udire ciò che non si sente, di potere più che non si possa; esser solito nascondere questo gran segreto: che non c’è nulla da nascondere; apparire profondi quando si è soltanto vuoti… la politica è tutta qui.”
Male antico, dunque? Sarei tentato di crederlo, io che fin dal principio mi son visto dai politici assassinare la giovinezza e sconvolgere il corso naturale del mio crescere in uomo.
Oggi dai politici mi sento rinchiuso fra le stesse quattro mura di un tempo. Mi ripeto la frase illustre: “Io sono solo, loro sono tutti.” e dire che fino a poco fa una parvenza di programmi e contegni contrapposti ancora li distingueva, fuori e dentro il Palazzo. Oggi nel Palazzo ci sono tutti, le divise si scambiano a piacere, quanto più le risse sono fragorose, tanto più sono finte. Un unico gigantesco partito li arruola tutti, dal Montecitorio più grande agli altri, innumerevoli, sparsi per la penisola. E quanto parlano, poi… quale quotidiano inesauribile vilipendio della parola… è questa l’offesa che duole di più: ci taglieggiano, ci sgovernano, ci malversano… ma almeno stessero zitti; smettessero questo balletto di maschere, questo carnevale del nulla, al riparo del quale mani avide intascano, leggi inique o vane si scrivono, ogni proposito onesto si sfarina in sillabe senza senso…
Esagero? Esagero, ma ditemi: quanti sono oggi coloro che intendono veramente la politica come servizio? E non sono costretti a nascondersi come lebbrosi? E per uno che opera con coscienza e fatica, quanti altri sono solo vesciche pompose, busti di cartone, pastori di nuvole, puri e semplici ladri? Il risultato è sotto gli occhi di tutti: uno Stato tirchio e scialacquatore, frenetico e inerte, feroce e longanime, occhiuto e cieco… meno male che sono vecchio. Mi dice un facile calcolo che il crac prossimo venturo mi sarà risparmiato. “e ora sbrigatevela voi,” dirò un giorno, fregandomi le mani sotto il lenzuolo.

Roberta Durante

Roberta Durante è una di quelle coi capelli lunghi marroni e gli occhi marroni