Il cinema (s)perduto

capolavori perduti del cinemaDa un archivio che nessuno aveva mai spulciato. Da un’eredità, una battaglia legale, un restauro. I capolavori perduti del cinema, interi o a spezzoni, vengono alla luce così. Per caso, per fortuna, per la tenacia di appassionati e studiosi. Gioielli poi destinati ai festival, agli extra dei dvd, qualche volta alle sale. E spesso la storia di questi ritrovamenti di grandi autori – da Alfred Hitchcock a Stanley Kubrick, da John Ford a Orson Welles, da Federico Fellini a Pier Paolo Pasolini – è avventurosa quanto il materiale recuperato: un vero e proprio film sul film.

Il dibattito sul valore di queste scoperte è aperto. Specie quando a saltare fuori non sono opere sconosciute, ma sequenze inedite di cult stranoti come La dolce vita: su blog e siti specializzati i cinefili si dividono tra gli entusiasti, convinti come Martin Scorsese che “ogni fotogramma sparito fa sparire un pezzetto della nostra cultura”; e gli scettici, secondo i quali una scena eliminata deve restare tale. Forse perché, come sosteneva il leone della vecchia Hollywood Howard Hawks, “se si fanno due riprese buone, poi se ne fanno due mediocri e una brutta”: alla faccia della sacralità dell’arte. Alcuni reperti, però, hanno un’importanza tale da mettere d’accordo entrambe le fazioni: pochi giorni fa, ad esempio, sono ricomparsi i primi tre rulli di The White Shadow (1923), diretto da Graham Cutts ma attribuibile a Hitchcock, che ne fu aiuto regista, sceneggiatore e scenografo. L’opera, storia di due gemelle dall’opposto temperamento, apparteneva a uno stock di 75 pellicole (tra cui Upstream di John Ford, dramma sentimentale del 1927) abbandonate da anni nell’Archivio cinematografico della Nuova Zelanda. Erano state donate nel 1993 dalla famiglia del defunto Jack Murtagh, un proiezionista che invece di distruggere le pellicole, come d’abitudine nei primi decenni del Novecento, le collezionava. Ma il riconoscimento è avvenuto solo adesso: “Uno dei ritrovamenti più significativi di sempre”, secondo David Sterritt, presidente della statunitense National Society of Film Critics. Qui in Italia sarà proiettato, il prossimo ottobre, alle “Giornate del muto” di Pordenone.

Spesso poi, i recuperi avvengono in modo rocambolesco. Come la scoperta, lo scorso dicembre, di quasi venti minuti inediti di 2001: Odissea nello spazio in una miniera di sale del Kansas (il sottosuolo è ideale per la conservazione dei vecchi film). Sequenze che Stanley Kubrick tagliò per rabbia, dopo una prima proiezione col pubblico andata malissimo. I fan del regista, adoratori feticisti di ogni suo ciak, ne discutono da anni. Peccato che la Warner Home Video, titolare dei diritti, abbia per ora deciso di non pubblicarle: “Il film così com’è rispecchia la volontà del suo autore – è scritto in un comunicato della società – e noi non lo vogliamo cambiare”.
Il caso più fortunato riguarda invece la comica A Thief Catcher (1914), titolo perduto della filmografia del Charlie Chaplin attore e interprete di Charlot, scovata per puro caso dal collezionista Paul Gierucki a una fiera dell’antiquariato. Mentre la caccia più tenace è quella che ha portato al ritrovamento della copia integrale di Metropolis, coi 28 minuti eliminati all’epoca, per motivi politici, contro la volontà di Fritz Lang: è rispuntata tre anni fa al Museo del cinema di Buenos Aires grazie alla testardaggine di un cinefilo, Fernando Pena. Da due decenni chiedeva ai curatori di controllare se nei loro magazzini ci fosse questo tesoro nascosto: e alla fine, forse per levarselo di torno, i responsabili hanno deciso di accontentarlo. Per la gioia di chiunque ami il cinema.

E quello delle pellicole sepolte in luoghi lontani è un elemento ricorrente. Racconta Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca nazionale di Bologna: “Uno dei posti più incredibili che ho visitato è la Cineteca di Montevideo: un magazzino quasi abbandonato; i custodi mi consegnarono le chiavi per entrare e trovai di tutto. Ad esempio una versione mai vista, non censurata, di Diario di una donna perduta con Louise Brooks”. Non solo scenari esotici, però. A volte il bottino, banalmente, arriva da un lavoro di restauro: “L’anno scorso, mentre ripulivamo La dolce vita, abbiamo ritrovato la penultima versione del film, montata da Fellini, con quindici minuti in più. Compare un’intera scena con Mastroianni, che anticipa sorprendentemente i toni intimisti di 8½”. Ci sono poi casi di recupero ben più estremi, come quello che ha riguardato La rabbia (1963). Una bella fetta della straordinaria prima parte (documentaristica) del film, diretta da Pier Paolo Pasolini, fu eliminata dai produttori; ma tre anni fa Giuseppe Bertolucci l’ha ricostruita in base alle indicazioni della sceneggiatura originale, servendosi di immagini di repertorio dell’Istituto Luce. Un’operazione coraggiosa, per salvare una grande opera dall’oblio.

E chissà se dal buio emergerà The Other Side of the Wind, l’ultima fatica incompiuta di Orson Welles, con protagonista John Huston nel ruolo di un vecchio regista. Il film è al centro di un intrigo internazionale, una disputa sui diritti che ha coinvolto negli anni la moglie di un produttore iraniano (Welles ottenne fondi dal fratello dello Scià di Persia), l’attrice croata sua ultima compagna, la figlia Beatrice, il cineasta Peter Bogdanovich. In gennaio fu annunciato che la querelle si sarebbe risolta in poche settimane, sbloccando finalmente il film. Invece nulla: il capolavoro, maledetto come colui che lo girò, resta nel limbo dei “quasi” ritrovati.

Roberta Durante

Roberta Durante è una di quelle coi capelli lunghi marroni e gli occhi marroni