Cultura della vergogna

Per gli antichi Greci non esisteva un aldilà  cristiano; era perciò² necessario vivere secondo determinate regole sulla Terra in modo da non morire mai, almeno nel ricordo delle generazioni successive alla propria. Per non far parte della cosidetta civiltà  della vergogna bisognerà  perciò² vivere eroicamente nel culto della bellezza e della bontà , nella piena difesa dell’onore. Ancora una volta bisogna precisare che la bontà  non va confusa con il concetto tutto cristiano del perdono o della carità ; è buono l’eroe che onora gli dei, gli avi e la patria, che coltiva degli ideali e agisce senza ribellarsi mai al Fato. Per non vergognarsi di se sarà  necessario essere leali in battaglia e, come ogni eroe che si rispetta, poter vantare una certa prestanza fisica. In genere sono le classi sociali più alte, gli aristoi, a potersi esimere dalla vergogna e ad eccellere sui propri simili (“Sempre da prode operar e a tutti di valore star sopra”). In sostanza la cultura della vergogna consisteva in un modello positivo di comportamento che se non rispettato faceva si che un singolo o una comunità  cadesse appunto nella vergogna. Questa poteva essere interiore (Erinni) o esterna (disprezzo comunitario). Non è un caso che gli eroi dell’Iliade e dell’Odissea sbaglino soltanto per ingerenza di forze avverse e sovrannaturali, incontrastabili se non con l’aiuto di divinità  protettrici. Lo stesso Achille, bellissimo eroe, preferisce dinnanzi al monito della madre Teti vivere con onore e morire nell’ammirazione durante la guerra piuttosto che salvarsi la vita e proseguire a lungo un’esistenza inevitabilmente ingloriosa. L’eroe, che non ha motivo di vergognarsi, vive travolto dalle passioni, le affronta e anche in questo caso ne fa uno stimolo per agire in modo onorevole per sè stesso e la sua stirpe. A questi codici, per la sua natura intrinseca, si sottrae l’umile, il non aristocratico.